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Caritas da associazione a fondazione
Intervista a mons. Pier Emilio Salvadè, vicario generale della Diocesi di Trieste e presidente della "Fondazione Caritas Trieste"
La realtà della Caritas diocesana è stata ristrutturata dal punto di vista organizzativo perché meglio corrisponda alle sue finalità. Da un lato la Caritas diventa un organismo pastorale di animazione ed educazione alla carità espressione della struttura diocesana. Dall’altro è stata costituita una Fondazione per la realizzazione degli interventi di gestione dei servizi. Le due realtà collaborano organicamente tra loro soprattutto tramite il direttore della Caritas e, in ultima istanza, per l’unione al vescovo. Su questa importante transizione, finalizzata a inserire meglio la Caritas nella pastorale della carità della diocesi e contemporaneamente a creare una struttura operativa efficace, abbiamo sentito mons. Pier Emilio Salvadé, vicario generale della diocesi e presidente della Fondazione Caritas Trieste.
Com’è strutturata la nuova Fondazione di cui lei è presidente?
La Fondazione ufficialmente è nata il 28 giugno scorso con la firma del nostro arcivescovo. Vi è un consiglio di amministrazione approvato dal vescovo composto da 7 membri: don Salvadè, don Pasetti, suor Viviana Terragni, Gianni Leonori, Elena Zanmarchi, Andrea Valentinuzzi, Roberto Kovacic. Tre revisori dei conti: dott. Piero Valentincic, rag. Giovanni Miccoli e rag. Claudio Stagni; e due supplenti dott. Mauro Portuesi e rag. Matteo Gustini. La firma del vescovo non è solo giuridica sostanziale, ma mette in chiara evidenza che l’esercizio della carità è sempre presieduto dal vescovo. Ogni attività parte da lui, è coordinata da lui e non può non essere condivisa da lui e dagli organismi di partecipazione pastorale dell’intera diocesi.
Il suo ruolo in cosa consiste?
Come presidente di una Fondazione diocesana Onlus, con i servizi, gli operatori e i tanti preziosi volontari, cercherò, insieme alle risorse umane presenti, di individuare o confermare alcune piste fondamentali di lavoro, le priorità nell’azione, garantire l’esistente verificando la sostenibilità del nostro operato all’interno di un orizzonte diocesano, sotto l’autorità del vescovo. Individuo nel nuovo direttore Caritas, membro di diritto del Consiglio, il perno attorno al quale organizzativamente e contenutisticamente impostare il lavoro di tutti. Siamo chiamati a gestire delle opere-segno a favore di persone che faticano a vivere. Il termine stesso di “opera-segno” definisce la natura e la consistenza dei nostri servizi. Sono e vogliono essere segni di una carità che permea da sempre la nostra vita diocesana, tenendo sempre presente le nostre capacità finanziarie e la nostra situazione generale di una piccola diocesi.
Rispetto a prima, quando la Caritas era ancora un’associazione, quali sono stati i cambiamenti e per quale motivo sono stati apportati?
Da tempo la Conferenza episcopale italiana chiede alle diocesi di strutturare la Caritas come organismo pastorale senza personalità giuridica, finalizzato soprattutto ad un lavoro di animazione e di educazione alla carità, affiancato da un ente gestore per la realizzazione degli interventi e la gestione dei servizi a vantaggio delle persone in disagio. La Caritas diocesana, secondo il documento “Istruzione in materia amministrativa” della Cei del 2005 n. 89, punto c, è un ufficio che appartiene alla struttura della curia diocesana finalizzato alla promozione e al coordinamento di tutte le attività caritative diocesane.
La sua natura di Ufficio posto a governo di tutte le attività di promozione e testimonianza della carità nella diocesi non le consente quindi un’autonomia contabile ed amministrativa rispetto all’Ente diocesi, così come non la possiede nessuno degli altri uffici pastorali. Infatti, ogni movimento finanziario deve far capo all’Ente diocesi e il suo bilancio costituisce una parte del bilancio diocesano.
Oggi però la carità da una parte e le povertà dall’altra, ci impongono non solo di parlare in difesa dei poveri, non solo di coordinare le iniziative presenti, ma di agire concretamente a vantaggio delle fasce deboli, per le quali servono significativi investimenti finanziari che non possono concretamente essere contabilizzati e seguiti da una curia diocesana. Non solo la nostra. Ecco perché la Cei ha proposto, accanto all’ufficio Caritas (di cui è direttore don Roberto Pasetti, n.d.r.), la creazione di enti per la gestione dei servizi e del personale occupato, per il rapporto con l’ente pubblico nella partecipazione a gare d’appalto e per convenzioni varie.
E per mille altri motivi. Tornando alla nostra situazione, in questo contesto è bene ricondurre la Caritas ad essere organismo pastorale e contemporaneamente creare un ente capace di gestire i servizi che esistono o possono nascere come espressione diretta della nostra diocesi: ecco allora l’importanza di questa Fondazione diocesana Caritas Trieste onlus. Fondazione, perché è un ente di diritto privato a scopo sociale e che, a nostro parere, consente una gestione più diretta a livello centrale. Diocesana, perché è espressione diretta della Chiesa tergestina. Caritas Trieste, perché ha un legame fortissimo con la Caritas organismo pastorale, permettendo così a entrambi di realizzare la propria mission.
Vorrei tanto che la gente capisca che le due realtà in gioco sono un tutt’uno per il ruolo del direttore Caritas e perché ci si chiama con lo stesso nome in unione al vescovo. Con questa operazione la Caritas non è sminuita, sacrificata, impoverita, ma semplicemente collocata in un assetto istituzionale rispondente alle richieste della Cei. I cambiamenti quindi che sono stati apportati, guardiamoli prima di tutto come il tentativo di adeguare la nostra organizzazione alla visione del mondo Caritas espressa dai nostri vescovi. Non in tutte le diocesi italiane è così: ma non è un motivo sufficiente per non cambiare.
Lei potrebbe chiedermi: «Ma con tutti i problemi che ha la nostra diocesi...». Certo, questo non è il primo problema! Ci sono situazioni molto più problematiche ma con soluzioni sicuramente molto più complesse!
Riguardo poi al cambio di direttore, ritengo che dopo un costante e significativo lavoro durato 12 anni da parte del direttore uscente, all’interno di un lavoro di ristrutturazione della Caritas può essere opportuno, normale e comprensibile un cambio di vertice. Senza patemi d’animo di alcuna sorte. Ogni cambio di vescovo ovunque nella Chiesa e fuori ha sempre comportato cambi di squadre di collaboratori e di progetti. Nessuno scandalo, nessuna epurazione, nessun problema: siamo adulti, siamo uomini seri e non infantili!
Quali i principali vantaggi di questa nuova veste?
C’è un grande vantaggio che cercherò in sintesi di spiegare. Il contesto sociale all’interno del quale dobbiamo agire per i poveri è talmente complesso, che è importante fare in modo che l’azione della Caritas sia la più efficace possibile. I fronti aperti di impegno e di presenza sono innumerevoli.
Da una parte quindi l’ufficio Caritas, strutturato in sintonia con la Cei, che cercherà di intensificare il rapporto con le nostre parrocchie e con il mondo della scuola per un’educazione alla carità, di essere coscienza critica e costruttiva nella creazione di una vera cultura della solidarietà attraverso una forte funzione di advocacy per il rispetto dei diritti di ogni persona, indipendentemente dalla sua cultura, razza, religione, genere, età e condizione sociale. E di una Caritas sempre più forte ne abbiamo tutti estremamente bisogno!
Dall’altra la Fondazione diocesana, attenta alle nuove povertà emergenti, presente agli organismi di partecipazione là dove si fanno le scelte politiche e sociali, capace di gestire sempre meglio i servizi alle fasce deboli, adatta ad una gestione finanziaria non semplice per essere in grado di dare risposte idonee ai bisogni. Aggiungo una considerazione che ritengo molto importante: con la consapevolezza però che non siamo i salvatori del mondo e che i nostri servizi sono opere-segno.
Ecco descritto il grande vantaggio, che non nasce oggi, ma che da oggi spero produca frutti ancora più abbondanti a vantaggio di tutti.
Vorrei qui collegarmi ad un passaggio della lettera di saluto del direttore uscente. Il volto della Caritas continuerà a comunicare vicinanza, prossimità insieme alle altre realtà caritative diocesane. Questo è un punto nodale: insieme e solo insieme riusciremo a rendere questo volto sempre più vero. Con tutti i volti delle altre realtà caritative. Con occhi vivaci perché attenti alla realtà. Con orecchie capaci di ascoltare con sempre maggiore competenza. Con un sorriso che esprime condivisione e speranza nel futuro.
Sono cambiate anche le persone che operano nella Fondazione?
Certamente. Abbiamo puntato sulla competenza dei consiglieri in ambito amministrativo e sociale. Amministrativo perché è bene che le risorse siano utilizzate al meglio. Sociale perché è qui che si gioca la qualità della presenza Caritas sul territorio in rapporto con l’ente pubblico e tra gli altri soggetti del Terzo Settore, senza sostituirsi a nessuno e senza andare contro nessuno.
Noi ci affianchiamo medestamente e con discrezione alla società civile alla quale diamo il nostro contributo, ma mai ci sostituiamo a chi per legge ha il dovere e l’obbligo di intervenire.
Quali sono le emergenze più pressanti da affrontare quotidianamente?
È importante prima di tutto che i vari settori continuino il proprio lavoro con serenità e competenza. Stiamo vivendo il 2010 Anno europeo di lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Caritas Europa ha lanciato la Campagna Zero Poverty affinché la povertà estrema sia cancellata dal nostro continente.
Da una parte c’è il pericolo di agire sempre in emergenza con l’acqua alla gola perché le povertà sono sempre più pressanti e la sofferenza urbana prende sempre più spessore. Sembra che il tempo per pensare sia sempre molto poco.
Dall’altra ritengo che l’emergenza, segnale continuo delle distorsioni e dell’ingiustizia che esiste nella nostra società, debba essere la quotidianità. Una carità che allontana l’emergenza è una carità imborghesita, astratta, frantumata. E questa emergenza non può essere delegata alla Caritas, ma deve essere presente sempre nel cammino di tutta la nostra Chiesa.
In questo contesto di crisi economico-finanziaria e sociale è bene farci molte domande. Ne ricordo alcune. La prima: per le fasce deboli quali gli spazi che ulteriormente si chiudono, cosa stanno perdendo e cosa fortunatamente si offre di nuovo ad esse. La seconda: per la società intera quali gli elementi di fragilità si sono acutizzati in questi ultimi due anni di crisi. La terza: le nostre realtà caritative in questo nuovo panorama sociale quale ruolo sono chiamate ad assumere, quali le cose oggi più importanti da realizzare, che tipo di advocacy attuare per il “benessere” delle persone che vivono in disagio sociale.
Da questo osservatorio, la città di Trieste quale fisionomia assume?
La popolazione urbana mondiale è cresciuta significativamente negli ultimi 30 anni. In Europa nel 1975 il 66% della popolazione viveva in città, oggi siamo al 79%. La sofferenza nella città sarà quindi un fenomeno sempre più presente. La città di solito offre spazi ma pochi luoghi di incontro, offre risposte ai problemi, ma spesso sono frammentate senza la considerazione della totalità della persona. Malattia fisica, malattia mentale, disagio sociale sono nodi di una rete molto complessa che non va semplificata nel momento in cui si tentano delle risposte.
Vorrei citare al riguardo un passaggio di una relazione di Benedetto Saraceno, direttore del Dipartimento di Salute mentale e Abuso di sostanze dell’Organizzazione mondiale della Sanità: «Tale processo richiede un lavoro doppio, dei soggetti e della collettività. Chi non ha una gamba ha bisogno di imparare a camminare con la protesi, ma anche di una città senza barriere architettoniche, e questo presuppone il lavoro del soggetto e quello della città. La diversità e l’esclusione domandano di essere abilitate ossia domandano protesi per camminare e regole nuove per poter camminare. L’inclusione degli esclusi non è l’apprendimento delle regole del gioco degli inclusi da parte degli esclusi ma un mutamento delle regole del gioco».
Come Chiesa non lavoriamo per una Trieste senza i diversi, ma per una Trieste diversa. Diversa nella capacità di accogliere chi vive al margine. Diversa nella capacità di lottare contro un’esagerata paura e una falsa sicurezza che chiudono le relazioni tra le persone, indeboliscono i legami di cittadinanza e di diritti.
Continueremo, come è stato fatto sinora, a dare il nostro contributo nel pensare con gli altri, nell’elaborare problemi, domande, strategie a favore dei diversi e degli esclusi. La città che non pensa produce disuguaglianza e sforna risposte scarne, frammentarie e di poco senso.
Scritto da Alessandra Scarino
giovedì 15 luglio 2010
giugno 2010 _ Dal 7 giugno è stato ufficializzato il cambio alla direzione della Caritas diocesana di Trieste. don Roberto Pasetti, parroco di San Gerolamo ... [continua]
giugno 2010 _ Caritas Europa ha lanciato, con l'apertura dell'anno europeo di lotta alla povertà e all'esclusione sociale, la campagna "[continua]
giugno 2010 _ Dal 7 giugno è stato ufficializzato il cambio alla direzione della Caritas diocesana di Trieste. don Roberto Pasetti, parroco di San Gerolamo ... [continua]
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